8 minuti e 46 secondi

I can’t breathe

Non respiro.

È possibile non poter respirare nel 2020?

È possibile.

È possibile far uscire dalla propria bocca parole di questo tipo “I can’t breathe”?

È possibile.

È possibile che si permetta a una persona di morire soffocata per mano di un “civile” con distintivo?

È possibile.

Non posso credere, non posso pensare che nel 2020 qualcuno possa morire per il colore della propria pelle, per il Paese dove è nato, per le proprie idee, per le proprie preferenze sessuali.
È tutto macabro e disgustoso.
Possiamo essere migliori.
Dobbiamo essere migliori.
La morte di George Floyd, morto mentre un poliziotto lo soffocava è stata resa pubblica grazie ad un video fatto con il cellulare, altrimenti la sua storia sarebbe stata insabbiata.
Come tante altre: perché quanto accaduto il 25 maggio 2020 a Minneapolis è solo l’ultimo di un’infinità di spregevoli episodi.
Quello che sta accadendo in questi giorni in gran parte del mondo, soprattutto negli Stati Uniti, è l’ennesima “ribellione” per rivendicare quell’uguaglianza per la quale tanto si è lottato nel corso degli anni. 
Di politica non ne ho mai parlato colpa mia, forse non le ho mai dato il peso giusto.
Ho sempre pensato che i governati, di qualsiasi nazione fossero in grado di saper dirigere, organizzare, dettare piccole e grandi regole alle quali le persone potessero affidarsi.

Povero illuso.
Ci ho messo poco a capire negli anni che questo non era, non è, e forse non sarà mai possibile.

Perchè questo senso di civiltà che speravo esistesse è solo un’illusione: perché la società  è costituita da essere umani che si ergono a dominatori su altri essere umani, solo perché hanno la fortuna di essere nati in un posto piuttosto che un’altro, e avere un colore della pelle piuttosto che un’altro.
Non mi sono quasi mai schierato, e non ho mai sposato idee di destra o di sinistra.
Farò male lo so, ma non vedo trasparenza ma più semplicemente chiarezza da entrambe le parti.
A volte si, vedo frustrazione e pazzia.
Ovviamente ho una mia personale idea, ma a volte a portarla avanti mi sento “fuori dal mondo”.
Proprio di fronte a queste atrocità nessuno mi vieta di pensare che se al posto di quel ragazzo afroamericano di quarantasei anni ci fosse stato un ragazzo bianco, nulla di così irreparabile sarebbe accaduto.
Non voglio sapere e nemmeno pensare che cosa possa essere passato nella testa di quel poliziotto in quei 8 interminabili minuti.
Ma so con certezza che nei giorni a seguire quel 25 maggio, rivedendosi, Derek, questo è il nome dell’agente, avrebbe voluto fare un semplice rewind.
Tornare indietro.
Per riappropriarsi della sua semplice vita da poliziotto senza riflettori puntati, per poter togliere quel ghigno dal proprio viso e alzare il suo ginocchio dalla schiena di George.
Quell’uomo ha sbagliato, la politica e le leggi nel 2020 cosa potranno fare per rimediare? Non è semplice cambiare perché guardando il passato, oggi nulla è cambiato.

Siamo testimoni di atrocità che hanno devastato la storia dei nostri giorni.
Un distintivo non ti da diritto di fare il giustiziere, non capisco come la mente umana non possa frenare tutto questo.
Condannate ogni episodio di discriminazione, perché forse con gli ultimi fatti accaduti qualcosa di veramente concreto si potrà fare.