Shaun Stonerook – Quando il viaggio diventa casa

Ci sono giocatori che lasciano il segno con i numeri.
E poi ce ne sono altri che diventano un riferimento – anche fuori dal campo – attraverso il lavoro silenzioso, la continuità e il modo di vivere la squadra.
Shaun Stonerook appartiene a questa seconda categoria.
Dall’Ohio all’Europa, passando per il Belgio fino a trovare in Italia la sua “dimensione cestistica” e lo spazio per crearsi una famiglia.
In un percorso fatto di equilibrio, sacrifici e costruzione della propria identità.
In questa intervista, Shaun si racconta oltre “il parquet”, ripercorrendo le scelte che hanno segnato la sua carriera e la vita lontano dai riflettori, mostrando la persona dietro al giocatore.

Al liceo facevi parte della squadra di basket della scuola e hai proseguito anche al college. Quando hai capito che la pallacanestro poteva diventare qualcosa di più di una semplice passione?

Ricordo di aver ricevuto una lettera dalla Ohio University dopo il secondo anno di liceo: quella fu la prima volta in cui presi in considerazione l’idea di giocare a livello universitario.Non avevo mai pensato seriamente alla carriera da professionista: è successo e basta.

Dall’Ohio al Belgio fino all’affermazione in Italia: hai costruito una carriera molto solida in Europa, lontano dai riflettori della NBA. C’è stato un passaggio o una stagione che ha cambiato davvero la direzione della tua carriera?
 
Non credo ci sia stato un singolo evento che abbia determinato la mia svolta, ma penso di essere stato fortunato: la squadra in cui giocavo in Belgio disputò una partita di precampionato contro Cantù – o forse era un’altra squadra, non ricordo bene – e Bruno, il GM di Cantù, mi notò e mi portò lì. Da quel momento, la mia carriera ha preso il volo.

In Italia, oltre alla carriera sportiva, hai costruito anche una famiglia. Oggi, che sei tornato in Ohio, guardando indietro al tuo percorso, c’è qualcosa che senti sia rimasto incompiuto a livello sportivo?

Avrei davvero voluto vincere l’Eurolega.
Credo che avessimo un’ottima opportunità per riuscirci, ma purtroppo non ce l’abbiamo fatta. Sarebbe stato qualcosa di veramente speciale.

Sei stato capitano, trascinatore e leader di un macchina perfetta, la Mens Sana Siena. Dal punto di vista tecnico è stato detto tutto. Da quello umano, invece, avendo condiviso lo spogliatoio con personalità importanti, cosa porti oggi con te?

Porto con me tantissimo dal punto di vista umano: ho avuto la fortuna di condividere lo spogliatoio con grandi giocatori e persone, e ancora oggi con tanti ex compagni si è mantenuto un rapporto di amicizia sincera.
Abbiamo vissuto anni intensi, fatti di sacrifici, vittorie ed emozioni che ci hanno unito non solo come squadra, ma anche come persone.
Sono questi i legami che restano nel tempo e che vanno oltre il basket.

Il basket è anche pressione, aspettative, momenti difficili. Hai giocato in due dei campi più esigenti a livello di pubblico e quello avversario non ti ha mai perdonato nulla. Come hai imparato da leader “silenzioso” e capitano a gestire queste fasi sia a Cantù che a Siena?

Ho sempre cercato di affrontare la pressione con equilibrio e responsabilità, senza cambiare il mio modo di essere.
Giocare in squadre come Pallacanestro Cantù e Mens Sana Siena significa convivere ogni giorno con aspettative altissime, da parte dei tifosi, della società e anche di se stessi.
Da leader “silenzioso” ho imparato che nei momenti difficili contano soprattutto l’esempio, il lavoro quotidiano e la calma. Non servivano grandi discorsi: cercavo di trasmettere fiducia attraverso il mio atteggiamento, l’impegno e la presenza costante per i compagni.
Anche le critiche e i momenti complicati mi hanno aiutato a crescere, insegnandomi a restare lucido e unito alla squadra, senza perdere l’equilibrio.

Quanto pensi che lo sport possa diventare, a livello sociale, uno strumento concreto capace di cambiare il percorso di vita di una persona? E, in base alla tua esperienza, quali differenze hai percepito tra Stati Uniti ed Europa nel modo in cui apre (o limita) le opportunità personali?

Lo sport è un ottimo strumento per cambiare la propria vita.
Non significa, però, che si debba diventare professionisti perché questo accada.
Fare  sport permette di incontrare molte persone diverse, provenienti da contesti differenti. Credo che negli Stati Uniti ci sia una maggiore diversità, perciò questo aspetto risulta ancora più evidente qui rispetto all’Italia: tuttavia, allenarsi ogni giorno insieme a un gruppo regala indubbiamente una miriade di ricordi ed esperienze straordinarie, che non si potrebbero vivere altrimenti.
Se si pratica uno sport individuale, questo aspetto è forse meno marcato, ma si ha comunque l’opportunità di mettersi alla prova e osservare le proprie reazioni nelle diverse situazioni.
Misurarsi con i propri limiti è una componente fondamentale dello sport.

Arriva sempre un momento dove le luci si spengono e il campo si allontana. Com’è stato il passaggio dalla vita da giocatore al “dopo”?

Per molte persone è un passo estremamente difficile, ma nel mio caso ero pronto a chiudere quel capitolo.
Ho giocato a basket ogni giorno per moltissimi anni ed ero pronto a passare alla fase successiva della mia vita.
Ero deciso a costruirmi una famiglia e a dedicarmi a qualcosa di diverso.
Mi sono tenuto lontano dal basket per diversi anni, per poi riavvicinarmi solo di recente, quando mio figlio ha iniziato a giocare.
Mi mancano la competizione e l’atmosfera che si respirava nello spogliatoio, ma non mi manca il gioco in sé, come invece accade ad altre persone.
Ho vissuto una carriera fantastica che si è conclusa nel migliore dei modi: per questo sono felice di aver scelto di ritirarmi all’apice, prima di diventare troppo vecchio.

Molti atleti fanno fatica a ridefinirsi. Tu hai trovato subito una nuova direzione o è stato un processo lento?

Per qualche anno non ho fatto nulla, poi ho acquistato un panificio chiamato “Schneider’s Bakery”: una sfida di tipo diverso, ma molto divertente.

So che è un tema personale e, se ti va di parlarne, mi permetto di chiederti: sei stato adottato in tenera età da una famiglia statunitense e non hai mai avuto modo di risalire alle tue origini. Pensi che questa esperienza abbia influenzato, anche inconsciamente, il tuo modo di essere padre e il rapporto con i tuoi figli?

Ottima domanda. Non so se la cosa abbia influito sul mio modo di essere come genitore o come persona.
Sono stato adottato all’età di nove mesi, quindi i miei genitori sono gli unici che conosca.
Ho avuto una vita splendida e un’infanzia meravigliosa, per questo non mi sento affatto diverso e, di conseguenza, non so dire se questa esperienza mi abbia cambiato come genitore o meno.

In pochi sanno che hai una fondazione a tuo nome che aiuta bambini abbandonati a trovare una casa. Cosa rappresenta potere dare loro sicurezza, una famiglia e una nuova possibilità?

Beh, la mia fondazione è piccola, ma nel corso degli anni siamo riusciti a realizzare tanti bei progetti.
Il mio obiettivo principale è far comprendere ai ragazzi che la situazione in cui si trovano attualmente non deve necessariamente essere negativa, e mostrare loro che possono comunque avere successo e condurre una vita meravigliosa, sia che si trovino in affidamento, sia che vengano adottati.

Spegni tutto: palazzetto, pubblico, rumore. Chi è Shaun oggi?

Spero di essere la stessa persona che ero quando giocavo, solo un po’ più maturo.
Oggi mi piace trascorrere tempo con la mia famiglia e giocare a golf. Ma ciò che mi dà davvero gioia è vedere i miei figli crescere e intraprendere il loro personale cammino.

©Intervista di Mattia Bernardinello – ildoppio1.it a Shaun Stonerook© – Tutti i diritti riservati

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